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Antonio Tabucchi, uno dei più grandi nomadi delle lingue

Antonio Tabucchi

Lo scrittore italiano trapiantato in Portogallo spaziava tra vari idiomi, tanto come autore di romanzi quanto nella vita, «Non mi obblighi a essere intelligente» mi disse, spiritosamente, all’inizio della nostra intervista.
Considerato da molti come il più europeo degli scrittori italiani del suo tempo, Antonio Tabucchi (1943-2012) nacque in Toscana, ma si dice che fosse portoghese d’adozione e francese d’occasione. Le sue molteplici anime sorvolavano il mondo, e finivano sempre per atterrare in uno dei tre cortili della sua vita: possedeva abitazioni a Firenze e nella piccola Vecchiano, ma anche a Lisbona, e non gli mancavano appartamenti di amici pronti ad accoglierlo nelle sue frequenti incursioni a Parigi. Durante l’infanzia vissuta in Italia, il Tabucchi bambino viaggiò con la fantasia leggendo libri d’avventura. A 20 anni, nella capitale francese, scoprì un nuovo mondo e il poeta portoghese Fernando Pessoa. Più tardi, in Portogallo, conobbe sua moglie, Maria José, la cucina lusitana e una nuova lingua. Queste scoperte segnarono il suo destino.

Insegnò letteratura portoghese all’Università di Siena, scrisse libri in italiano, portoghese e francese e tradusse opere di autori, anche brasiliani, da e verso le tre lingue. Per azzardo delle stelle e fortuna dei suoi lettori, i suoi piani prematuri di diventare astronomo si scontrarono con la complessità dei numeri e il fascino delle parole. «Mi resi conto che invece che guardare il cielo in verticale, avevo la tendenza a guardare ad altezza d’uomo, sulla linea dell’orizzonte» disse una volta, Non a caso, uno dei suoi libri si intitola proprio Il filo dell’orizzonte.

Antonio Tabucchi
Antonio Tabucchi

«Non mi obblighi a essere intelligente» mi supplicò, strappandomi una risata, un attimo prima di iniziare la nostra chiacchierata, in una piovosa e fredda domenica sera di dicembre, avvolti da un clima natalizio, in quel di Parigi. «Facciamo due chiacchiere» aggiunse, ricorrendo a un’espressione tipicamente brasiliana con il suo accento di Lisbona misto all’italiano. Tra gli autori che maggiormente lo influenzarono c’erano Pirandello e Pessoa, ma con il poeta portoghese instaurò una relazione che andava ben oltre l’ammirazione e l’identificazione letteraria. Personaggio o riferimento costante nei suoi romanzi, Pessoa era quasi incorporato dall’autore, in un gioco che oltrepassava le regole dell’eteronimia. Per quanto si sforzasse di mascherare la sua empatia nei confronti del grande poeta, conversando Tabucchi se ne usciva distrattamente con citazioni del suo scrittore prediletto. Gli somigliava anche fisicamente: occhiali, baffi, sguardo e modi che acquisivano sfumature “pessoane” senza alcun effetto speciale.

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Massimiliano Vigilante

L’incontro con il poeta avvenne a Parigi, durante il tragitto verso la Gare de Lyon, da cui sarebbe ripartito per tornare in Italia, quando comprò per caso il libro Tabacaria, di Fernando Pessoa. «Era un nome curioso, per un poema: Tabaccheria, in italiano. L’autore era sconosciuto. Ma, soprattutto, era il libro più economico della bancarella. Decisi che valeva la pena comprarlo. Le cose vanno così, talvolta in maniera più banale di quanto si creda. Lessi quel libro sul treno, e mi persuasi che il poeta che aveva scritto quei versi meritava che studiassi la sua lingua. Quando rientrai a Pisa e decisi di iscrivermi alla facoltà di Lettere, cominciai ad avvicinarmi alla lingua portoghese. Poi la vita si è impegnata a fare il resto» mi raccontò.

Tra i suoi scritti e il suo errare per le lingue, Tabucchi, apprezzava la definizione che lo scrittore argentino Jorge Luis Borges diede della letteratura: «Non è come un treno che cammina sulla superficie, ma come un fiume che scorre sottoterra e poi emerge, e nessuno sa cosa porta con sé». Madrelingua italiano, era convinto della intima connessione tra le lingue e la memoria. «Un ricordo portoghese, per esempio, se lo rivivo in italiano non sarà la stessa cosa. Devo ripensarci in portoghese. C’è una frase molto carina, letta di recente, che dice: “Puoi scordare in una lingua, e ricordare in un’altra”».

Accadde che un tale, in Brasile, non credette che avessi realmente incontrato e intervistato Tabucchi e – in una di quelle vicende surreali della vita, troppo lunga da raccontare qui scrisse persino un articolo per manifestare i suoi dubbi. Un po’ di tempo dopo, facendo la spesa in un supermercato di Parigi, chi incontrai con in una mano alcuni peperoni e nell’altra un grappolo di pomodori? Antonio Tabucchi, naturalmente. Gli dissi: «Sai, una persona in Brasile sostiene che noi non ci siamo mai incontrati e che la nostra intervista non ha mai avuto luogo, l’ho inventata». Lui, con lo sguardo che brillava, esclamò: «Ma che meraviglia! Questo è molto borgesiano! È meraviglioso!». Ci congedammo tra grosse risate, e si allontanò camminando con i suoi pomodori e peperoni.


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