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Andrea Ferrari, L’uomo del grafene schietto e pragmatico

Andrea Ferrari

Andrea Ferrari dirige il Cambridge Graphene Centre, centro d’eccellenza per lo studio del grafene, ed è chairman della Graphene Flagship, il mega progetto di ricerca europeo da un miliardo di euro che coinvolge 141 istituti e 23 Paesi. The Good Life ha incontrato uno dei più grandi esperti al mondo sul materiale che promette di rivoluzionare la tecnologia del futuro.

Ci troviamo nei pressi di Cambridge, poco oltre il fiume Cam, dove gli studenti di una delle università più famose del mondo si sfidano a colpi di remi dopo una giornata di studio. Per essere uno dei massimi esperti mondiali di un campo di ricerca così promettente, Andrea Ferrari è straordinariamente alla mano. Schietto e pragmatico. «Quando da ragazzo scelsi di studiare ingegneria nucleare invece che fisica, volevo tenermi aperte più possibilità professionali» racconta ripensando agli anni del Politecnico di Milano. «Ma credo che la determinazione nel seguire le proprie attitudini e la forza di mantenere a fuoco un obiettivo siano più importanti delle singole scelte che si compiono».

Andrea Ferrari
Andrea Ferrari

Nel marzo 2015 è stato proprio Ferrari a coordinare lo sforzo dei 63 massimi esperti mondiali sul grafene nella redazione di una road map che indica le applicazioni più promettenti e le tempistiche con cui il grafene entrerà a far parte della nostra vita quotidiana. Nelle prime pagine gli autori distinguono due tipi di progresso tecnologico: uno graduale e sfumato, come il continuo rimpicciolimento dei componenti elettronici; e uno più raro e dirompente, che si innesca quando un’innovazione versatile permette un salto discontinuo in diversi campi contemporaneamente.

Una campagna di successo deve basarsi su 3 fondamenti: interazione, partecipazione, condivisione

Massimiliano Vigilante

Le prime applicazioni, già in parte realtà, saranno nuovi polimeri e materiali compositi con fogli di grafene, in grado di dare vita a oggetti super resistenti e leggerissimi. Nel giro di 5-10 anni la rivoluzione interesserà la produzione e l’immagazzinamento di energia: il grafene permetterà di produrre batterie dalle capacità e dalla velocità di ricarica straordinarie, oltre a pannelli fotovoltaici più efficienti, la cui leggerezza e resistenza li renderà di facile utilizzo su qualsiasi superficie. Poi display e strumenti elettronici flessibili, che potranno essere incorporati nei vestiti, e l’esplosione dei dispositivi biomedici: il grafene come supporto alle terapie cellulari rigenerative o per rilasciare farmaci nel corpo in modo mirato, o ancora per progettare una nuova generazione di protesi, dette bioelettroniche.

Riuscite a immaginare questo futuro?

Gli scienziati che hanno firmato la road map non solo hanno cercato di descriverlo, ma non hanno dubbi su quanto serve per raggiungerlo. «Bisogna evitare che il grafene, come altre tecnologie del passato, rimanga confinato in ambito accademico» spiega Andrea Ferrari. «Anche chi fa ricerca deve fare uno sforzo per facilitare il trasferimento tecnologico all’industria». Ecco perché al Cambridge Graphene Centre il rapporto con le industrie è centrale. Si contano decine e decine di collaborazioni con aziende di grandi dimensioni e start-up. «Il network d’imprese intorno al Cambridge Graphene Centre è in crescita costante. Per questo stiamo pianificando di costruire un altro edificio dedicato al technology transfer, di dimensioni più che doppie rispetto a quello in cui siamo al momento».

Un’occasione da non sprecare

L’Italia, in tutto questo, ha e potrà avere sempre più un ruolo di primo piano. Andrea Ferrari, che con il suo Paese di origine e formazione mantiene uno stretto rapporto, anche affettivo, collabora con diverse realtà italiane di grande eccellenza. La ricerca su questo materiale potrebbe avere nuovi spazi anche con la prossima apertura dello Human Technopole, il mega centro di ricerca che nascerà (si spera) sulle ceneri di Expo a Milano. La gestione del centro è stata affidata all’Istituto italiano di tecnologia di Genova (lit), che ha un’unità di ricerca sul grafene molto forte, coordinata da Vittorio Pellegrini. Sempre che il progetto dello Human Technopole proceda come previsto: l’assegnazione top-down di spazi e finanziamenti, da parte del governo Renzi, nelle mani dell’lit e del suo direttore Roberto Cingolani ha scatenato una faida all’interno del mondo accademico.

«Mi amareggia molto vedere queste scene» dice Andre Ferrari. «Penso che il mondo della ricerca sia un ecosistema e, come tale, ha bisogno della sua biodiversità. Progetti top-down e bottom-up possono e devono coesistere, come accade ovunque all’estero. Il tanto criticato modello digestione dell’lit, peraltro, ricalca quello di altri centri di eccellenza internazionali, come Harvard, il Mit, Cambridge e il Max Planck Institute. Sono stato coinvolto nei processi di valutazione sia di progetti che del personale, e li ritengo del più alto livello». Lo scienziato ricorda quando Cingolani, collega e amico, venne a visitare il Cambridge Graphene Centre insieme all’allora ministro dell’Istruzione e della ricerca Letizia Moratti. Erano i primi anni 2000 e il governo Berlusconi aveva deciso di finanziare la nascita di un centro di ricerca sul modello top-down europeo, l’Iit appunto, che al tempo ancora non esisteva. «Roberto Cingolani è stato in grado di trasformare in realtà il progetto che mi aveva presentato, con l’aiuto di alcune slide, durante quella visita a Cambridge. L’ha fatto in poco tempo e con risultati straordinari». Ferrari spera che la polemica si plachi e che l’Italia colga questa occasione. Ricerca e innovazione tecnologica sono l’unica possibilità per crescere. E finanziarli sono la migliore scelta che il Paese possa fare.


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